La nostra missione

Attualmente siamo sempre più chiamati a entrare in relazione in modo consapevole con ciò che ci circonda. Di fronte alle crescenti emergenze ambientali e sociali, non possiamo permetterci di voltare lo sguardo altrove. Al contrario, abbiamo la responsabilità di prestare attenzione, di entrare in connessione e di ripensare il nostro rapporto con gli spazi che abitiamo.

Il concetto centrale della seconda edizione dell’Ambientale Art Festival è “Unearth What Can Be Found”. Questo tema invita gli artisti a intraprendere un processo di riscoperta, tanto nei paesaggi naturali quanto in quelli sociali. L’idea si fonda sull’atto di rivelare ciò che è stato dimenticato o celato, instaurando un dialogo profondo con i cicli della natura — trasformazione, perdita e rinnovamento. In questa prospettiva, gli artisti articolano narrazioni personali di trasformazione che si intrecciano con una riflessione più ampia sulla responsabilità condivisa verso il mondo che abitiamo. In contrasto con il ritmo frenetico della vita quotidiana, la natura offre uno spazio per riconnettersi con sé stessi — un ambiente in cui affrontare temi complessi ed emotivi. Avvolti dalla sua calma e apertura, possiamo sentirci più sicuri, radicati e liberi di riflettere e di esprimerci. In questo processo, l’ambiente diventa allo stesso tempo uno specchio e una guida nel continuo percorso di trasformazione. In sostanza, il festival non mira a fornire risposte, ma a creare uno spazio dedicato a un’attenzione rinnovata — rivolta tanto all’interno quanto all’esterno.

La natura è il tema centrale in molte delle opere. Gianluca Ricco trasforma una poesia in lettere commestibili, utilizzando semi e farine, creando un gesto di unità e memoria verso la natura e l’allodola. Supriya Ravishankar e Pedro Simplicio esplorano entrambi i confini dell’intervento nel mondo naturale: Ravishankar attraverso l’avvolgimento quasi invisibile di un tronco con filo di lana, Simplicio modificando le foglie di un albero in forme quadrate perfette, mettendo in discussione con delicatezza la tensione tra crescita naturale e ordine imposto dall’uomo. Il portale di fili di Michelle Ronaly Kuruwitaarachchi offre riparo e invita a un piccolo cambio di direzione, un passo fuori dal percorso abituale che può trasformare il modo di vedere e percepire il mondo intorno a noi. La sua scultura trae ispirazione da luoghi d’infanzia nascosti e dalle trasformazioni silenziose che avvengono nel rallentare il passo.

Temi come la presenza e la trasformazione vengono esplorati attraverso la forma, il corpo e l’idea di soglia. Davide Miceli mette in discussione il concetto di possesso attraverso impronte dentali in gesso che perdono la loro individualità, trasformandosi in riflessi di identità che si attivano soltanto nel riconoscimento dell’altro. José Zendejas Foyo presenta un tessuto blu cobalto tinto con inchiostro commestibile che scolora a contatto con l’acqua, riflettendo sulle tensioni interiori e sulla resilienza. Lorenzo Cappella, invece, colloca un tappeto all’aperto per riflettere sui confini tra spazio privato e pubblico — un invito a partecipare a una celebrazione immaginaria, dolceamara e teatrale.

In queste opere, i materiali non sono semplici strumenti, ma partecipano attivamente alla costruzione del significato. Matteo Baccino modella l’argilla riproducendo oggetti fragili della vita quotidiana, come sacchi della spazzatura, generando un contrasto ironico tra materia e apparenza. Amadeo Longo utilizza il gesso per modellare teste umane gonfie e con espressioni congelate, simbolo dell’aria in forma fisica. Giulia Bergantino, a sua volta, con una scultura sospesa in argilla, foglia d’oro e ferro, ci ricorda che non tutte le intuizioni nascono dalla profondità; talvolta, la chiarezza si trova in ciò che è già presente e visibile.

La mostra prende vita all’interno di un ampio parco selvaggio a Roma, caratterizzato da angoli sorprendenti, sentieri naturali e spazi aperti da scoprire. L’atmosfera dello spazio è unica proprio per la sua spontaneità: la natura non è domata dalla mano umana, ma lasciata libera di crescere. Le opere sono distribuite nel paesaggio senza un ordine prestabilito. Ognuno dei dieci artisti partecipanti è stato invitato a selezionare il luogo in cui riteneva che la propria opera potesse dialogare al meglio con l’ambiente circostante. Offrendo loro questa libertà, abbiamo favorito un’interazione diretta con il paesaggio. Il percorso del visitatore non segue dunque una mappa prestabilita, ma si lascia guidare dalla curiosità, dall’intuizione e dal ritmo naturale del luogo. 

Allestire una mostra in un parco non è una scelta convenzionale; implica per artisti, curatori e visitatori un distacco dai ruoli e dalle aspettative tradizionali. Ma questo contesto offre anche qualcosa di unico: la possibilità di entrare in contatto con l’arte in un ambiente aperto e vivo, dove ogni incontro è modellato dallo spazio, dal tempo atmosferico e dal percorso che si sceglie di seguire.